
Due tele, due sedie, o un autoritratto ed un ritratto dell’amico Gauguin?
Un pomeriggio di qualche giorno fa mi trovavo in un grande centro di arredamento e me ne stavo seduto su di una poltroncina che di lì a poco mi avrebbe sedotto e si sarebbe fatta acquistare.
Mi piace pensare che le nostre scelte siano l’epilogo di un processo di seduzione, in particolare quando hanno a che fare con la mia professione di architetto. Trovo affascinante pensare che un oggetto d’arredo non sia scelto da noi, ma sia lui a farsi scegliere, che abbia il potere di sedurre, e mi piace lasciare che questo potere si impossessi dei miei pensieri portandomi a cercare di comprendere il senso di ciò che sto osservando: non un oggetto, ma un percorso di pensiero.
Un percorso che ha inizio col chiedersi perché scegliere una poltroncina e non una sedia, che prosegue domandandosi perché questa e non un’altra, sino a risultare compiuto quando è in grado di argomentare il perché questa e nessun’altra.
Chiaro e semplice, troppo semplice. Siamo solo ai preliminari del processo di seduzione… e qui avviene il dramma: ho un rivale. Un uomo brizzolato dall’aria accuratamente trasandata mi si avvicina e dopo aver farfugliato qualcosa sul caos che regna nella sua dimora, indicando la poltroncina mi chiede un parere su quale delle tre varianti di colore scegliere. Lì per lì sono tentato di rispondere che non avendo mai visto casa sua mi è impossibile esprimere un giudizio, ma guardandolo più attentamente comincio a farmi un’idea di come possa essere la dimora di una persona come lui. Torno a guardare le poltroncine, sono proposte in bianco, in blu e in una bizzarra fantasia di bianco e nero. Si aspetta una risposta ed io di rimando dico: come sei? Bianco, blu o… complicato? Ride e ci salutiamo. Penso abbia optato per la complicata fantasia, arruffata come i suoi capelli.
In questo caso il bianco e il blu sono solo colori mentre l’aggettivo “complicato” non indica un semplice disegno decorativo ma un modo di essere che rende quella sedia personale e coerente con chi “complicato” percepisce se stesso e l’organizzazione del proprio spazio ideale, arredo incluso.
Il processo di seduzione è compiuto quando avviene uno scambio emotivo, quando l’oggetto in qualche suo aspetto riesce a rispecchiare l’atmosfera e le emozioni che ricerchiamo.
Credo che la scelta di un’oggetto d’arredo, oltre che a soddisfare un bisogno funzionale, debba anche essere considerata una tessera che andrà a condizionare, o a determinare, l’atmosfera dell’ambiente in cui verrà inserito. Quando penso ad un ambiente, o quando lo osservo, amo distinguere gli oggetti in primari, secondari e gregari. Gli oggetti primari generalmente invadono la scena e ne determinano fortemente il carattere; i secondari hanno un’importanza relativa e difficilmente la loro presenza influisce di molto sull’effetto globale; i gregari sono i miei preferiti: hanno il delicato compito di esaltare il gioco dei primi due determinando l’intensità, l’armonia ed in generale la felicità dell’insieme.
Ho sempre pensato che la parte più difficile, e più importante, del lavoro d’architetto sia proprio capire quale sia l’atmosfera che mi si chiede, quali siano le emozioni a cui dovrò dare forma: una volta individuata questa chiave è sufficiente porla come guida, o musa, delle scelte che porteranno il lavoro a compimento. Vi saranno slanci di entusiasmo e ripensamenti, idee buone e meno buone, ma se verrà mantenuta ben chiara l’atmosfera, o l’emozione da perseguire, o più correttamente da assecondare, se verrà seguita come un faro nella notte, allora l’epilogo sarà di buona qualità; opinabile come ogni cosa sottoposta al gusto, ma valida, perché coerente con se stessa e con l’idea che l’ha creata.
Pietro
9 gennaio 2009 - 17:17
Ma se tu entri in una casa e quello che ti avvolge é l’essenziale, una sola grande libreria, in cui i libri sono raccolti negli scaffali per “dignità” ( tipo: i geni insieme: Galileo, Leonardo e Caravaggio), la letteratura dei maestri con le biografie dei grandi scienziati, ecc…tu, Pietro, cosa pensi?
complimenti, davvero
gisi
9 gennaio 2009 - 17:26
Abbiamo dovuto attenderlo un pò ma questo tuo “orgasmo creativo” è venuto anche meglio del primo. Mi resta solo una curiosità… la poltroncina che si è fatta scegliere da te è bianca blu o complicata?
Marco
10 gennaio 2009 - 00:24
Cara gisi, penso che chi abita quella casa, reale o virtuale che sia, sceglierebbe un oggetto d’arredo con lo stesso metro con cui valuterebbe un libro: non in base al colore, alla forma o allo stile, ma in base alla storia o all’emozione che contiene. Se dovessi consigliare a quella persona, reale o virtuale che sia, un oggetto d’arredo mi comporterei come se dovessi pensare ad un libro; un libro che possa aiutarla a provare un’emozione abbastanza grande da essere un giorno raccontata col suo austero e delicato stile: in punta di penna.
Caro Marco, la poltroncina è bianca: tutta da scrivere.
Pietro
11 gennaio 2009 - 17:36
La casa é reale e la grande libreria per “dignità” esiste davvero; é la mia. Il libro, riflettevo, é uno dei miei grandi strumenti di seduzione. E la biblioteca, più della grande libreria, é il luogo di pace e di desiderio, al contempo. Di pace perché condivido il pensiero dell’Unesco che ha patrocinato la biblioteca e l’archivio come patrimonio dell’uomo; di seduzione perché é il luogo del gioco della copertina che colpisce, dell’odore dell’inchiostro, delle parole pronunciate in tono basso..
E’ silenzio quando tocchi il tuo futuro libro, quasi un riposo per le orecchie, oltre che per la vista. Poi, il libro che ti ha scelto come lettore diviene una parte di te. Lo leggi e lo dimentichi, fino all’attimo in cui recuperi quel contenuto proprio quando ti serve.
E’ un gioco di incastri fra oggetti e mente. Con al centro, l’emozione
13 gennaio 2009 - 11:43
Devo aver letto qualcosa del genere su un cartiglio dei Baci Perugina: “non lasciate che siano gli oggetti che possedete a possedere voi”. E mentre mi gustavo il cioccolato con le nocciole pensavo che, per quanto un oggetto possa suscitare emozioni e/o ricordi, non si dovrebbe mai impossessarsene al punto da farne un feticcio.
Ciò detto, non mi separerei mai dal mio zaino rosso degli anni ’70…… come dicevo prima, non si dovrebbe……ma si fa….
Anna