Novembre
11 gennaio 2010

NOVEMBRE          di Bepi Pedranzini

Tempo di ricordare

S’e sblôta i vasc, giardin, veranda e ort

De tücc i fior, che i vêgnen trapiantà

O depost su li tomba dei pôr mort

Nel camposanto vecc e in quel …crepà.

Intendi miga dir che gli ubbie tort

I parenti a dar fior ai trapasà,

Ma la impôn de preghiera enca un confort

La cristiana ai supertiti  pietà.

Li lapida, li crosc e i monument

Li  ên destinà, per quant se ved o sent,

A naufragar debôt in del torent

Cu tot al cimitero e la soa gent;

Ma   al se ‘n prepara un terz, metà per gnent,

Per sepelir i pôr contribuent.

(I vasi si spogliano, e così i giardini, le verande e gli orti di ogni fiore, che viene trapiantato o deposto sulle tombe dei defunti nel camposanto vecchio o in quello pieno di crepe!

Non dirò che abbiano torto i parenti che portano fiori ai trapassati, ma credo che la pietà cristiana imponga ai superstiti anche il conforto della preghiera.

Le lapidi, le croci e i monumenti sono destinati, per quel che possiamo vedere e udire, a naufragare presto nel torrente.

E con essi il cimitero tutto e i sepolti; ma già se ne prepara una altro, il terzo, metà gratuito, per seppellire i poveri contribuenti.)

Dove ci sono ora le panchine e qualche albero, dietro la Chiesetta di Santa Barbara, vi era l’antico cimitero bormino.

Minuscolo e di una intimità commovente; persino l’incuria che potevi notare sulle tombe dei dimenticati, dice Giulio, non aveva nulla d’offensivo.

Accanto ai defunti comuni, i morti dell’epidemia del 1918 di spagnola e della Grande Guerra che suscitavano una cert’aurea di eccezionalità e leggenda.

Rasentava il camposanto, inoltrandosi nei grassi campi di Canisa, una strada per carri priva d’illuminazione, meta consueta di serali appuntamenti.

A Santa Barbara, ai tempi di Bepi,  finiva il paese e, un po’, il mondo.

Negli anni Settanta, quando scrive Giulio, i tempi sono invece già molto cambiati:

Il Cristo che si affaccia sulla statale voglia assistere le vecchine che, tremebonde, si accingono ad attraversare il caotico incrocio cittadino.

Accanto alla consorte, il poeta Bepi  riposa in quello che nel sonetto, figura come camposanto “crepà”. Si tratta del cimitero che doveva sostituire il vecchio di Santa Barbara, costruito negli anni Trenta vicino al Frodolfo, che durò solo sino al 1944, a causa di forti infiltrazioni d’acqua e di cedimenti  strutturali vari.

Nel marzo del ’44 il nostro poeta Bepi fu tra gli ultimi ad essere sepolto nel cimitero crepà. Se la sua forte fibra gli avesse consentito di resistere ancora un po’, altra terra lo avrebbe accolto. Tanto più che il poeta, negli anni Trenta, partecipò attivamente  alla polemica che infuriò circa la collocazione del camposanto crepà, mantenendo sempre una posizione contraria .

Nell’anno ’45 venne  poi inaugurato il camposanto numero tre del Novecento, quello attuale, alla Coltura; fra i primissimi sepolti ricordiamo Don Evaristo Peccedi, coetaneo di Bepi e suo caro amico.

A guerra appena finita,  quindi, due bormini di grande statura intellettuale, oggi inconsueta, appartenenti ad una generazione di cui tutto si può dire ma non che difettasse di uomini di spirito, scendevano nell’eterna requie.

gisi schena

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